Alba tragica nella culla del kennedismo

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23 gennaio 2010

 

Il post-kennedismo è cominciato. È cominciato là dove il kennedismo era venuto alla luce. Ed è cominciato – cosa non nuova nella lunga e tragica saga dei Kennedy – con un omicidio. Non, in questo caso, d’un membro della grande dinastia, bensì di quello che, della grande dinastia, è per molti aspetti stato il più simbolico progetto, il nocciolo, la vera ricompensa  del “sogno che non deve morire”. Per la cronaca: il post-kennedismo è cominciato, martedì 19 agosto, nel Massachusetts, Stato kennediano per eccellenza, con la vittoria del repubblicano Scott Brown – un ex modello in gioventù apparso, in abiti adamitici, sul “center-folder” della rivista Cosmopolitan – nella “special election” convocata per scegliere l’uomo chiamato ad occupare il seggio senatoriale che fu, per 46 anni, dell’ultima icona del liberalismo americano. Ed è cominciato con la morte – molti sperano solo apparente e temporanea, ma comunque assai cruenta – di quel piano di salute pubblica universale che lo stesso Ted Kennedy aveva, prima di morire, definito “the dream of my life”, il sogno della mia vita. Che quel sogno – già molte volte assassinato – potesse di nuovo incontrare il suo boia, non era, in realtà, affatto fuori dall’ordine delle cose. Ma neppure il più fantasioso degli sceneggiatori di “thriller” hollywoodiani avrebbe potuto immaginare che lo incontrasse proprio lì, in Massachusetts, in un una tanto bizzarra ed imprevedibile (crudele, per molti aspetti) combinazione di eventi e di simbologie.

Ricordate? Lo scorso agosto, quando, dopo una breve ed intensa lotta contro il cancro al cervello, se ne era andato “Uncle Ted” – l’ultimo ed il più “kennediano dei Kennedy” come qualcuno l’aveva definito – molti (amici e nemici) avevano all’unisono sottolineato la poetica bellezza di quello che, a suo modo, pareva un trionfale addio. Sopravvissuto al tragico fato dei suoi tre fratelli – Joseph, morto in guerra, John, assassinato da presidente a Dallas, e Bob ucciso a Los Angeles durante la campagna presidenziale del ’68 – Ted era, dei Kennedy, quello che più s’era dovuto misurare con le miserie della politica e con gli umanissimi limiti del suo stesso carattere. Ted era caduto e si era rialzato. Ted era il Kennedy al quale la vita e la morte avevano riservato il dubbio privilegio di camminare a lungo e, camminando, di sporcarsi le scarpe, conoscendo l’umiliazione della sconfitta e la gloria di molte resurrezioni. Il mito del kennedismo, che per i suoi fratelli era stato una luce folgorante, per lui non era che un fardello da trascinare nel fango della quotidianità. E Ted quel fardello l’aveva trascinato e protetto fino alla fine, giorno dopo giorno. “The hope still lives and the dream shall never die”, la speranza continua a vivere ed il sogno non morirà, aveva detto Ted nel discorso che, durante convenzione democratica di New York, nel 1980, aveva segnato la fine delle sue ambizioni presidenziali. E questa stessa frase aveva ripetuto con una piccola variante – “the hope rises again and the dream lives on”, la speranza risorge ed il sogno continua a vivere – quando, nell’agosto del 2008 si era, ormai prossimo alla morte, presentato sul palco della convenzione di Denver per presenziare alla nomination di Barack Obama.

Era sembrato – e per molti aspetti era, quello di Denver – un passaggio delle consegne. Ed il testimone della staffetta era – dentro il cambio sottinteso dal “yes, we can” di Obama – proprio “the dream of my life”. Ovvero:  quella sorta di Santo Graal del liberalismo Usa che è, da sempre, la riforma sanitaria, la traduzione in legge, dopo quasi un secolo di inutili tentativi, del principio (un indiscutibile dogma in ogni altra parte del mondo sviluppato) per il quale la salute è, non una merce da scambiare sul libero mercato, ma un diritto umano e, come tale, un diritto universale. Un anno dopo, quando, il 26 agosto del 2009, s’era diffusa la notizia della morte di “zio Ted”, la presidenza Obama non aveva che sei mesi di vita. E la riforma già era un progetto che, in discussione nei due rami del Congresso, sembrava non lontano dalla meta. Ted Kennedy – era una delle frasi più ritualmente ripetute – non era vissuto abbastanza per vedere il trionfo del suo sogno, ma proprio nel suo nome, si diceva, presto la “salute per tutti” sarebbe divenuta una realtà. Il dibattito congressuale, è vero, già s’era fatto, a quel punto, difficile e “tignoso”, logorante perché, a sua volta, logorato dalla vischiosa realtà d’uno status quo politico molto lontano dalle promesse di “cambiamento a Washington” spese durante la campagna elettorale. O meglio: dagli implacabili meccanismi d’una politica ancora condizionata dall’invadenza delle lobby e sempre meno comprensibile per il proverbiale “uomo della strada”. Ma anche questo, in fondo, era sempre stato  parte d’un  gioco le cui regole e la cui logica lo stesso Ted Kennedy – grande maestro dell’arte del negoziato e del compromesso congressuale – aveva vissuto e maneggiato. I tempi della riforma – una riforma forse non perfetta, una “riforma riformabile”, la “riforma possibile” di cui lo stesso Obama andava pragmaticamente parlando – erano, infine arrivati. Ted Kennedy avrebbe ottenuto la vittoria che il suo addio preannunciava. E l’avrebbe ottenuta – come testimoniavano le straordinarie manifestazioni d’ammirazione e d’affetto che avevano accompagnato i suoi funerali – anche grazie alla emozione per la sua morte. Sul settimanale “The New Yorker”, Nicolas Lemann aveva addirittura azzardato un parallelismo storico. Come l’emozione per la morte violenta di John Kennedy aveva, alla metà degli anni ’60, aiutato Lyndon Johnson a vincere la tradizionale diffidenza americana verso ogni genere di riforma sociale, e ad accettare i principi della campagna antipovertà della Great Society, così l’emozione per la morte di Ted avrebbe fatto da traino alla riforma sanitaria di Barack Obama. Parevano parole sagge, quasi ovvie…

Nessuno avrebbe potuto immaginare una fine più teatrale e meno lieta. Nessuno – neppure quelli che, negli ultimi mesi, considerato il sempre più faticoso incedere della riforma, ne avevano pronosticato la morte – avrebbe potuto immaginare i tempi ed il luogo dell’omicidio, una tanto drammatica caduta a pochi passi dal traguardo.  Ancora tre settimane prima del voto, i sondaggi davano a Martha Coakley, la candidata democratica, 15 punti di vantaggio. Il seggio che Ted aveva mantenuto per quasi mezzo secolo era democratico da sempre (unica eccezione, nel XIX secolo, l’elezione di Henry Cabot Lodge Jr., nel 1946). Impossibile era, per i democratici, pensare a qualcosa di più solido e sicuro. Eppure proprio da lì – mentre tutti osservavano e commentavano le bizze dei democratici “moderati” e le esternazioni dei singoli senatori ai quali è alternativamente toccato il ruolo di ago della bilancia- è arrivato il fendente che ha (quanto permanentemente si vedrà) tagliato le gambe della riforma. Per evitare in Senato lo scontato filibustering d’un partito repubblicano sempre più chiuso ed unito nella sua politica dei “no”, i democratici hanno bisogno di 60 voti su 100. Con la perdita del seggio che fu di Kennedy ne hanno, ora, 59. E qui finisce la storia.

Qualcuno ancora spera di potere, con qualche artifizio procedurale, aggirare l’ostacolo. Ed è possibile (anche se molto difficile) che, “dissoltasi la polvere” della battaglia perduta,come ha lasciato intendere Obama, l’operazione sia coronata da un almeno parziale successo. Forse una riforma passerà comunque. Magari in versione “lite”. Ma il punto vero è che il luogo e la natura della sconfitta hanno rivelato qualcosa che va molto al di là d’ogni procedura e d’ogni contingenza politica. Molti, nel cercare di spiegare quelle che le cronache hanno subito definito “The Boston Massacre” (con ovvio riferimento al massacro che i soldati di sua maestà britannica perpetrarono, nel 1770, contro i sudditi ribelli della colonia), hanno puntato l’indice accusatore in diverse direzioni. Ed in ciascuno di questi “j’accuse” c’è, ovviamente, almeno un  brandello di verità. Qualcuno ha  sottolineato la debolezza della candidata democratica e l’eccesso di “storica” confidenza con cui il partito ha affrontato l’elezione del Massachusetts. Altri hanno rimarcato i difetti di comunicazione che hanno caratterizzato l’intera battaglia per la riforma sanitaria, i limiti del personale impegno d’un presidente che – forte della lezione del fallimento della battaglia dei Clinton, nel 1993-94 – ha affidato al Congresso ed alle sue logiche troppo spesso bizantine l’elaborazione della nuova legge. E non è mancato chi ha sottolineato il più paradossale aspetto di questa sconfitta. Gli elettori del Massachusetts hanno bocciato la riforma sanitaria proprio perché nella riforma sanitaria hanno sempre creduto. Ci hanno creduto al punto da realizzarne una (molto simile a quella in discussione al Congresso e tuttora piuttosto popolare) a livello statale. Il che – e qui sta il paradosso – li ha resi del tutto disinteressati ad averne una analoga a livello federale. Tutto vero. Ma la sostanza, la lezione autentica della sconfitta è, impietosamente, un’altra.

L’omicidio del sogno kennediano in casa Kennedy  non è un evento casuale, il prodotto d’una imprevedibile convergenza d’eventi. Scott Brown ha vinto proprio perché s’è inequivocabilmente presentato all’elettorato nelle vesti di assassino. “Il mio – ha detto e ripetuto – sarà il voto che ucciderà la riforma sanitaria”, il mitico proiettile d’argento destinato al cuore del licantropo. Ed il fatto che l’elettorato del Massachusetts – i sondaggi non lasciano scampo su questo punto – abbia voluto deliberatamente uccidere il lupo mannaro della riforma sanitaria, significa una cosa molto precisa. La mistica del “cambio” che aveva portato Obama alla presidenza – ” a change we can believe in”,  “the change we need” – ha, per usare un gioco di parole, cambiato indirizzo. Ed è diventato appannaggio, anche nella culla del kennedismo, d’un confuso populismo reazionario – quello dei famosi “tea parties che, nella tarda estate, hanno riempito le piazze innalzando cartelli che equiparavano Obama a Hitler ed a Stalin – figlio imbastardito ed incarognito dalla crisi della convinzione che resta la base della filosofia della destra americana. Ovvero: dell’idea – vero cuore pulsante del reaganismo – che ogni riforma sociale (quella sanitaria in particolare) non sia che il cavallo di Troia del Leviatano socialista.

Ma sopratutto significa, il massacro di Boston, che l’ “obamismo” ha, in questo primo anno di potere, perduto per strada il suo principale presupposto: l’idea di una “nuova maggioranza post-partisan”, la convinzione che il cambiamento sia perseguibile senza conflitto perché già esiste, nel paese, una maggioranza che lo invoca al di sopra degli interessi di parte. L’America arrivata alla prova delle elezioni speciali per il seggio senatoriale che fu Ted Kennedy non è, in realtà, mai stata tanto polarizzata. E, nella polarizzazione, ha scelto – almeno in Massachusetts – proprio la parte che invocava il conflitto.

Che farà ora Obama? Continuerà – come molti “moderati” vanno suggerendogli –  a cercare con ostinazione un “centro” già rivelatosi un’inabitabile terra di nessuno? O cercherà finalmente nel conflitto – contro i “poteri forti” che hanno trascinato l’America nella crisi – quello che ha perduto in una quasi ossessiva ricerca del consenso? Dalla risposta a queste domande dipende il futuro della sua presidenza. E delle molte speranze che il mondo intero in questa presidenza ha riposto.

 

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