…là dove il vento soffia libero…

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24 giugno 2009

Di Massimo Cavallini

“Io sono nato nella prateria, dove il vento soffia libero e dove nulla fa da ostacolo alla luce del sole. Io sono nato in un luogo dove non esistono recinti”. Questo scrisse Geronimo, il mitico capo Apache, poco prima di morire, da prigioniero di guerra, in un luogo – una cella della caserma di Mt. Vernon , in Alabama – dove, come vuole un’abusata metafora, la luce del sole l’aveva, per 23 anni, potuta vedere soltanto “a scacchi”. E proprio questo è quello che oggi chiedono i suoi eredi: di poter riportare i suoi resti negli immensi spazi che l’avevano visto nascere e crescere. Di nuovo finalmente libero, come il vento. Di nuovo a casa, oltre la vita e oltre la Storia, oltre ogni recinto, nelle aride montagne dove nasce il fiume Gila. E, soprattutto, oltre l’ultimo e più gratuito oltraggio: quello della profanazione e del furto del suo teschio da parte d’un gruppo di superprivilegiati figli dell’aristocrazia bianca. Secondo Harlyn Geronimo, pronipote di Geronimo – e secondo alcuni documenti venuti alla luce nei primi anni ’80 – quei resti si troverebbero infatti , oggi, non nella tomba di Fort Sill, in Oklahoma, in quello che va sotto il nome di “Apaches Graveyard”, il cimitero degli Apache, bensì in una cripta della “Skull and Bones Society”. Ovvero: in possesso d’una delle organizzazioni segrete che, da sempre, riuniscono gli studenti delle più prestigiose università statunitensi (le cosiddette Ivy League Universities). Nel caso specifico: dell’ateneo di Yale, in quel di Princeton, nello Stato del Connecticut. Autori  del furto: tre “Knights” – cavalieri, come i membri della Skull and Bones chiamano sé stessi – che, sul finire della Prima Guerra Mondiale, consumavano (ovviamente da ufficiali) il proprio servizio militare proprio a Fort Sill. Uno di loro era il diciottenne Prescott Bush, più tardi fondatore della Union Bank Corporation, senatore del Connecticut e, quel che più conta, capostipite d’una dinastia politica che ha regalato all’America due presidenti, l’ultimo dei quali da pochissimo uscito – con indici di popolarità tra i più bassi nella Storia americana – dalla bianca residenza di Pennsylvania Avenue.

Ma stanno davvero così le cose? Davvero la tomba di Geronimo – o di Goyathlay, “quello che sbadiglia”, come recita il suo vero (e molto poco guerresco) nome Apache – fu a suo tempo profanata da una banda di giovani rampolli della elite “WASP” (come White, AgloSaxone, Protestant), per rendere più emozionanti le macabre e paragoliardiche cerimonie di iniziazione alle quali si sottoponevano (e tuttora si sottopongono) i membri della Skull and Bones? Probabilmente no. Anzi: quasi certamente no, stando alle ricerche che ha condotto in materia il professor David Miller, uno dei più quotati studiosi della storia degli Apache. Secondo Miller, infatti, nel 1918, solo pochissime persone sapevano dove fosse la tomba di Geronimo. E non v’era alcuna possibilità che Prescott Bush ed i suoi due compagni d’avventura potessero materialmente raggiungerla. Indiscutibilmente vero, tuttavia, è che proprio queste fossero le intenzioni dei tre profanatori. Ed a dimostrarlo vi sono alcune lettere che, venute alla luce nel 1980, membri della setta si scambiarono poco dopo i fatti. In sostanza: Bush il nonno aveva davvero profanato una tomba Apache, asportando “un teschio, due femori ed altri ossicini sparsi”, che davvero era convinto appartenessero a “Geronimo il terribile”. O che, comunque, aveva poi spacciato per tali, consegnandole alla Skull and Bones.

Morale della storia? Una soltanto. Quale che sia la conclusione “scientifica” del racconto – ammesso che mai gli esami del DNA portino ad una conclusione scientifica – non si può che parteggiare per una restituzione del teschio. Perché comunque quel teschio apparteneva ad un Apache. Perché comunque è stata, quella reliquia, per troppo tempo utilizzata per acquietare i bisogno di “emozioni forti” di una elite bianca che, per molte generazioni (anche George W. Bush studiò – e non per meriti accademici – a Yale ed anche lui fu membro della Skull and Bones) ha giurato fedeltà a se stessa baciando quel teschio nella penombra di una cripta non identificata. E soprattutto perché, 123 anni dopo la sua resa (con lui non c’erano, ormai che altri 16 guerrieri, 12 donne e sei bambini) i vincitori ancora non hanno davvero reso l’onore delle armi all’uomo che per quasi  30 anni – da quando, nel 1858, l’esercito messicano aveva massacrato sua madre sua moglie ed i suoi tre figli – aveva tenuto, a suo modo “in scacco la Storia”. Ovvero: l’avanzata della civiltà – o della inciviltà – che avrebbe “recintato” il suo mondo.

Per 23 anni – dal 1886 al 1909, quando morì di polmonite – Goyathlay, o “Geronimo il terribile”, è stato un prigioniero. Chiuso in una cella, o liberato solo per essere esibito in spettacoli circensi o, in cerimonie ufficiali come l’inaugurazione di Theodore Roosevelt nel 1905. Comunque siano davvero andate le cose è tempo che l’aristocrazia della Skull and Bones ripulisca le sue cripte. E che, dovunque si trovino oggi le sue vere ossa, Geronimo torni finalmente nel New Mexico, lá dove nasce il fiume Gila. In un mondo dove il vento soffia libero e dove non esistono recinti.

 

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