È di nuovo l’economia, stupido

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5-11-2011 – di Massimo Cavallini – “It’s the economy, stupid”. Per Barack Obama, la campagna presidenziale del 2012 è già ufficialmente cominciata. Ed assai probabile è che, ben prima dell’annuncio della morte di Osama Bin Laden, nella bacheca del quartier generale di Chicago qualche saggio già avesse provveduto ad appendere, sotto la voce “cose da ricordare”,  due essenziali oggetti: il vecchio cartello (“È l’economia, stupido”, per l’appunto) che, vergato da James Carville – ruvido, ma assai efficace stratega democratico – aveva, nell’anno del signore 1992,  fatto da sfondo al vittorioso assalto alla Casa Bianca di Bill Clinton; e – secondo oggetto – un ritratto a grandezza naturale di George H. W. Bush, quarantunesimo presidente degli Stati Uniti d’America, oggi meglio noto come “Bush il Vecchio”.

Semplici – ed ancor più ovvie dopo il trionfo di Abbottabad – le ragioni di questi due “memento”. Diciannove anni or sono, quel “It’s the economy, stupid” – uno slogan che sarebbe poi entrato nella leggenda – aveva in ogni istante ricordato, ai più altolocati manager di campagna ed ai semplici volontari, quale in realtà fosse, oltre il chiasso e le chiacchere dello scontro politico, il tema che avrebbe in ultima analisi  deciso gli esiti della battaglia in corso. Ed il ritratto di George H. W. Bush – ultimo degli “one term presidents”, presidenti sconfitti al termine del primo mandato – meglio d’ogni altra immagine riflette, ancor oggi, le catastrofiche conseguenze della “stupidità” evocata in quel cartello.

Molti ricorderanno. George Herbert Walker Bush era giunto agli albori della sua campagna per la rielezione in una pressoché accecante aura di “imbattibilità”. La prima Guerra del Golfo – quella che aveva posto fine all’invasione irachena del Kuwait ed alle ambizioni di dominio regionale di Saddam Hussein – era stata vinta da appena qualche settimana; ed ancor vive erano le immagini delle truppe che, guidate dal generale Norman Schwarzkopf, avevano disceso, in un tripudio di coriandoli e di bandiere, il “tunnel degli eroi” tra i grattacieli di Manhattan. Bush (allora ancora non definito “il Vecchio”) era il presidente che, con un duplice capolavoro militar-diplomatico – la creazione d’una quasi-universale coalizione contro Saddam, seguita da una fulminea campagna militare – aveva portato l’America oltre le secche della “sindrome del Vietnam”, restituendole il ruolo di grande “poliziotto” in un mondo radicalmente cambiato dall’ancor fresca autodistruzione dell’impero sovietico. La Guerra Fredda era finita ed il blitzkrieg contro Saddam aveva marcato la nascita d’un “nuovo ordine mondiale” – da qualcuno frettolosamente ribattezzato “la fine della Storia” – dominato da una sola grande e benigna “super–potenza”.

George H.W. Bush era, in quella primavera del 1991, l’incontrastato padrone di quel nuovo mondo, un invincibile gigante la cui immensa forza era puntualmente riflessa negli indici di gradimento: 92 per cento. Soverchianti cifre, iperbolici consensi che, inevitabilmente, proiettavano un’ombra patetica sui sette candidati democratici – i “sette nani”, come i media sardonicamente usavano chiamarli – che, in quei giorni, come quasi invisibili formichine, cominciavano a disputarsi un posto al sole per la “nomination” presidenziale. Tra queste formichine (o tra questi nani), anche un tal William Jefferson Clinton, giovane e ruspante governatore dell’Arkansas, brillante uomo politico già allora in bella vista nella vetrina democratica, ma dai più considerato ineleggibile per via della sua (piuttosto meritata) fama d’impenitente donnaiolo…

Fine del flashback. O meglio: inizio del confronto tra quel che accadde allora e quel che sta accadendo oggi. I primi sondaggi pubblicati dopo la morte di Bin Laden rivelano un assai significativo balzo verso l’alto della popolarità di Obama. Ma i numeri restano sideralmente lontani da quelli che, due decenni fa, trionfalmente annunciarono la futura sconfitta di Bush padre. Secondo un’inchiesta-lampo congiuntamente condotta mercoledì scorso dal New York Times e da CBS News, l’indice di gradimento del presidente in carica è cresciuto, dopo l’uccisione del responsabile degli attentati dell’11 settembre, di 11 punti, salendo dal 46 al 57 per cento. Cinquantasette contro 92. L’unica cosa che si può a questo punto dire è che, dovesse seguire il destino di George H.W. Bush – cioè, dovesse infine cadere – Obama finirebbe, data la molto minore altezza, per farsi assai meno male…

Dunque: perché a suo tempo cadde Bush il Vecchio? E cosa deve fare il quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti (primo di carnagione non bianca) per non ripetere la medesima esperienza? Le cronache di quegli anni ci raccontano come la discesa agli inferi di Bush sia stata, in effetti, repentina ed inarrestabile, evidenziata, già nell’autunno del ’91, dall’esplodere della stella d’un eccentrico milionario del Texas, tale Ross Perot, improvvisatosi predicatore dei mali dell’economia Usa (del deficit di bilancio in particolare) ed improvvisamente balzato in testa alle preferenze elettorali degli americani. Fu Perot – che pure del bambino di Andersen non aveva né l’età, né l’innocenza – a rivelare che il re era nudo (ovvero: a mettere in luce l’estrema vulnerabilità di chi, allora, sembrava invulnerabile). E fu infine Bill Clinton – il più improbabile, ma anche il più astuto ed audace tra i concorrenti democratici e, tra loro, certamente il più spirato dal principio del “it’s the economy stupid”  – a raccogliere i frutti di questa vulnerabilità.

Bush cadde, paradossalmente, proprio perché era salito troppo in alto. O meglio: perché la sua chiarissima fama di “leader mondiale” e di vincitore della Guerra del Golfo aveva, per contrasto, finito per illuminare d’una sinistra luce la sua distanza dalla gente comune, la sua indifferenza (o presunta tale) di fronte ai destini di un’economia tentennante. Bush era, per i democratici e per l’uomo della strada, il “presidente con la valigia”, forte nel mondo ma assente in America. E per lo “zoccolo duro” dei repubblicani era, con sorprendente rapidità, tornato ad essere – come prima di quella guerra vittoriosa, ma incompiuta – un “wimp”, un mollaccione moderato, o un tiepido reaganiano, troppo propenso ad aumentare le tasse e troppo condiscendente con gli abortisti, con i gay, con i “liberals”, con le femministe, con l’ONU e con tutti simboli della decadenza americana…Nel gennaio del ’92, quando le primarie cominciarono la loro lunga corsa tra le nevi del New Hampshire, la popolarità di Bush era già scesa al di sotto del 50 per cento. E lì sarebbe rimasta fino alla fine d’una competizione che il presidente in carica avrebbe infine perso – e perso malissimo – senza aver mai davvero compreso da quale arma letale fosse stato colpito…

E Obama? Che cosa accadrà a questo Obama improvvisamente risospinto verso l’alto, non da una guerra, ma dall’atto di guerra che ha portato alla morte del “nemico pubblico numero uno”? L’operazione militare contro Osama Bin Laden (la cui legittimità etica non è tema di quest’articolo) priva indiscutibilmente i suoi avversari repubblicani di un’arma. Ovvero: della possibilità di descrivere il presidente in carica come un leader debole ed incerto, troppo incline ai compromessi ed alle politiche di alleanza, troppo poco propenso ad usare unilateralmente la forza militare americana. O – per ripetere quello che, in campo repubblicano, era ormai diventato, prima della morte di Osama, una sorta di ritornello – troppo lontano dai principi dell’ “American exceptionalism” (come da queste parti la destra chiama quella che altrove viene definita, semplicemente, “prepotenza”). Con l’attacco di Abbottabad, Barack Obama ha allontanato uno degli spettri che lo aveva fin qui più perseguitato: quello di un altro “one term president”, Jimmy Carter. E lo ha fatto con l’ausilio di dettagli di cronaca che neppure un copione cinematografico avrebbe potuto definire con tanto allegorica precisione (l’episodio dell’elicottero, perso in un incidente e subito rimpiazzato con ordine presidenziale, sembra studiato apposta per far da contrappunto al ricordo del catastrofico tentativo di liberazione degli ostaggi americani nell’ambasciata di Teheran, nel 1980, fallita proprio per uno scontro tra elicotteri).

Ma nessuno può illudersi. La morte di Osama resta, oltre i clamori provocati nell’immaginario collettivo, un fatto di secondaria importanza. E, tra un anno – o, probabilmente, anche molto prima – tutto questo non sarà che uno sbiadito ricordo. Sbiadito e, con ogni probabilità, deformato dai tentativi – già sfacciatamente in atto – di reintrodurre surrettiziamente il tema della “debolezza” verso il nemico esterno ed interno. I vecchi arnesi della politica estera di George W. Bush, maestri della menzogna che hanno regalato al mondo la guerra in Iraq, già sono al lavoro per attribuire a se stessi – ed alle torture che, per loro ordine, sono state inflitte ai prigionieri in quel di Guantánamo, o in altri centri d’interrogatorio della Cia – il merito della morte di Osama…Anche questa volta, tuttavia, a decidere le sorti del presidente in carica sarà – al di là di Osama, delle torture, delle menzogne dei neocons e delle turbolenze del mondo – la più o meno pronunciata “stupidità” con la quale i candidati affrontano il tema dell’economia. O, meglio ancora, sarà l’economia in quanto tale. E qui gli orizzonti si fanno molto più nebbiosi. Per Obama, che, probabilmente, non riuscirà vincere se non sarà in grado di mostrare gli effetti d’almeno un modesto, ma visibile miglioramento. Ed anche per quelli che fortemente desiderano che Obama diventi – dopo Ford, Carter e Bush il quarto “one term president” del dopoguerra.

L’economia americana ci racconta oggi tre storie parallele. Quella d’una crisi che – contrariamente alla breve e superficiale recessione che aveva preceduto le elezioni del ’92 – è figlia del più grave tracollo finanziario del dopoguerra. Quella d’una ripresa lentissima e senza creazione di posti lavoro. E, infine, quella d’un paese spaventato e diviso. Lo scorso novembre, nelle elezioni di mezzo termine, quel medesimo paese ha inflitto ai democratici una sconfitta che, per sue catastrofiche dimensioni – e per l’immediato contrasto con gli entusiasmi e le speranze sollevate, appena due anni prima, dalla vittoria di Obama – ha rammentato, nel male e nel bene, quella subita da Bill Clinton nel ’94. La memoria è ancor fresca: dato per spacciato da una soverchiante maggioranza di politologi dopo la disfatta del mezzo termine, due anni dopo, nel 1996, Clinton rivinse con irrisoria facilità la corsa per la rielezione. Sta per ripetersi la storia?

Non pochi lo pensano. Ancor prima che gli uomini rana assaltassero il bunker di Osama, le sorti di Obama erano infatti apparse – più in termini relativi che in termini assoluti – in sorprendente ripresa. I suoi indici di gradimento restavano ben al disotto della soglia del 50 per cento. Ma ben più basse – e, quel che più conta, in progressivo calo – apparivano, già febbraio, le quotazioni dei suoi avversari. L’America restava (e resta) arrabbiata e piena di paura. Ma ora, nei postumi del loro trionfo, erano proprio i repubblicani – gli stessi repubblicani il cui populismo di destra aveva spopolato nelle elezioni di mezzo termine – i primi bersagli del malessere popolare. Molte le ragioni di questa sotterranea, ma ormai evidentissima, inversione di corrente. Molte, ma anche facilmente riassumibili in una. Come già nel 1994 – negli anni del “Contratto con l’America” di Newt Gingrich – i repubblicani hanno finito per credere nella propria retorica. Vale a dire: hanno creduto che davvero la parola d’ordine della riduzione del deficit “costi quel che costi”, utilissima come slogan di campagna, potesse esser presentata, all’atto pratico, come terapia per lenire la persistente sofferenza dell’America media. Il risultato è stato un documento, la “Road to Prosperity” – piano di drastica riduzione del deficit pubblico elaborato dal nuovo grande sciamano economico della nuova maggioranza congressuale, il deputato del Wisconsin Paul Ryan – capace di mostrare, al tempo stesso una grande approssimazione ed una impressionante precisione. Grande approssimazione quando si tratta d’illustrare le cifre dei risparmi reali (molti economisti ritengono che la riduzione del deficit sia, in questo piano, puramente illusoria). Ed impressionante precisione quando si tratta di definire chi dovrà pagare per questi risparmi. Definito da molti “Robin Hood al contrario”, il piano di Ryan è un librone di molte centinaia di pagine. Ma può facilmente esser condensato in una sola frase: “privatizzare (di fatto, distruggere) l’intero sistema di welfare per garantire, non la riduzione del deficit, ma un sistema fiscale più favorevole all’America più ricca.

Le elezioni del 2012 si decideranno, con ogni probabilità, lungo le linee di questo scontro. Da un lato il piano Obama – criticatissimo dall’America progressista, ma d’acchito diventato, grazie ai repubblicani, un salutare esempio di moderazione – e dall’altro il piano Ryan, riflesso del quasi ottocentesco classismo che, sotto le insegne del “reaganismo”, sembra essersi impossessato del partito repubblicano.

Chi vincerà? Dopo la batosta di novembre, le prospettive appaiono, per Barack Obama, tutt’altro che sconfortanti. I fatti ci diranno se per lui, gran giustiziere di Bin Laden, le cose finiranno come per Bush il Vecchio, trionfatore del Golfo. O se, al contrario, seguirà il cammino di Bill Clinton, il “comeback kid” del 1996. Quel che nel frattempo si vede, in campo repubblicano, non è tuttavia che questo: non tanto i “nani” che, nel ’92, tra le ironie dei media, s’apprestavano a sfidare il gigante Bush, quanto, piuttosto, i nani e le ballerine d’un circo equestre. Un vecchio “perdente” come Mitt Romney, qualche ambizioso sconosciuto, residuati estremistici del Tea Party, l’anarco-capitalista Ron Paul, folcloristici personaggi  ormai in evidente crisi da sovraesposizione, come Sarah Palin, birthers d’ogni tipo (i “birthers” sono quelli che pensano che Obama sia un presidente illegittimo perché non nato in America) e, ultimo pittoresco acquisto, il costruttore bancarottiere Donald Trump, immediatamente iscrittosi (con patetici risultati) proprio nella corrente dei “birthers”.

Lo stesso Barack Obama – persona di norma dalle misuratissime parole – ha di recente definito questo lotto d’avversari “carnival barkers”: abbiatori di carnevale o, come più propriamente si direbbe in italiano, imbonitori da baraccone. Con nemici come questi la sua vittoria appare assicurata. Ma la meta è lontanissima. E tutto può ancora accadere. Forse, anzi, già sta accadendo…

 

 

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